Storie di Migranti

Storie di migranti. Nell’estate già torrida, sulla spiaggia lunga spazzata dal vento del mare, è un pomeriggio come tanti. Appisolati su un lettino, sotto all’ombrellone qualcuno cerca il riposo, i bambini schizzano l’acqua, secchielli rovesciati sulla sabbia torrida.

Si avvicina piano, timido, imbarazzato. Apri appena appena l’occhio assopito per dire al vu’ cumpra di turno che no grazie non ti serve niente, sorridendo gentile. E invece sei lì e devi mettere a fuoco, ti senti un po’ a disagio nel tuo costume parah e sotto l’ombrellone a frange beige che ti restituisce una gradevole penombra. Davanti a te c’è un ragazzino scuro, nero, magrissimo, ancora più magro nei suoi jeans e nella magliettina di qualche taglia più grande. Ha grandi occhi, un sorriso gentile, uno zaino enorme dietro alla schiena, collanine, cavigliere, sulla mano piccola dalle dita piccole. Chiede timido vuoi? e tu ti guardi attorno e dentro quella mano piccola immagini altre mani, e ti chiedi da dove venga quel ragazzino che percorre la spiaggia senza vendere nulla, passando silenzioso tra uomini e donne che si godono il loro mare, la loro estate. Allora ti senti piccolo, insignificante e colpevole che lui sia lì con la mercanzia tra le mani e le spalle curve sotto il peso dello zaino e tu steso a scacciare la noia.

Allarga le braccia e sull’avambraccio ha altre collanine lunghe tutte perline colorate e ti sembra per un attimo un bambino, il piccolo ragazzetto che è. E tu al volo cerchi qualcosa, una cinque euro che ti strappi dal cuore il senso di colpa. Si va bene dammi questo braccialetto e te lo leghi al braccio, sono quelli brasiliani portafortuna. Ma quanti anni hai. Lui sorride e biascica quindici, ma tu lo sai che a occhio e croce non potrà averne più di 12 e comprendi che non capisce una parola della tua lingua. Se ne va lento e silenzioso. Ti sembra ancora più magro, un bambino con i suoi giochi, un ragazzo con i suoi braccialetti che cammina sulla spiaggia come tanti altri. Poi ti volti e guardi tuo figlio che avrà più o meno la sua età, che ha tutte le estati da viversi, che gioca a pallone e scherza con le ragazzine e percorre anche lui la spiaggia, ma con un gelato in mano.

Sei sempre stesa lì nella sonnolenza del pomeriggio e per un attimo immagini se tuo figlio fosse da solo in un paese straniero di cui non capisce la lingua a percorrere chilometri di spiaggia per vendere un braccialetto. Ringrazi Dio che lui non sia quel ragazzo e di essere nata nella parte del mondo che non deve fuggire, che non deve vendere sulle spiagge, nella parte del mondo dove i ragazzini possono fare i ragazzini.

Il lido sta per chiudere, il ragazzino torna dopo aver percorso il litorale. Ha ancora le sue collane e lo zaino carico. E’ il paradosso della indigenza travestita dal sorriso di un ragazzino. Ad un tratto apre le braccia, lascia cadere le collanine e i bracciali e corre dietro ad un gabbiano. Sembra un aquilone. In riva al mare, quel mare che probabilmente lo ha portato fin qui, stringendo con le mani altre mani, con le scarpe bagnate sembra felice. Ride e insegue i gabbiani.

Matilde Iaccarino

Nasce a Pozzuoli (Na), è giornalista, saggista e scrittrice. Insegna letteratura al liceo. Appassionata di letteratura ed è impegnata da molti anni nella ricerca storica.

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Nasce a Pozzuoli (Na), è giornalista, saggista e scrittrice. Insegna letteratura al liceo

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Ho sempre avuto una spiccata tendenza a cercare storie, ad individuarle a partire da piccoli, insignificanti particolari e a raccontarle. Ho narrato sempre sin da bambina perfino le favole. E allora vivo raccontando storie, scrivendole: racconto la letteratura, i classici latini, i piccoli grandi uomini della storia contemporanea, le periferie, le città, il mio tempo, la bambina che ero e la donna che sono.

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