Periferie:uno sguardo obliquo sull’uomo

Periferie: uno sguardo obliquo sull’uomo

Dalla periferia getti uno sguardo trasversale sul mondo, da lì passa il mondo senza il suo vestito buono, con le scarpe taroccate e i sogni grandi da varcare un cielo di parabole. La periferia è uno sguardo laterale sul mondo, addestra uomini e donne cui la vita insegnerà a ridimensionare, a misurare la felicità. La periferia è margine, è confine, terra di frontiera. Da lì si parte per scoprire il mondo

Da Periferie in La teoria della buona forma di M. Iaccarino

 

-Dalla periferia alle periferie: le tappe di una evoluzione storica

In Novecento è stato, tra le molteplici cose che hanno contraddistinto questo secolo breve, secondo la felice definizione dello storico Hobsbawm, il secolo dell’esplosione delle città, della dilatazione di esse in periferie low cost per i meno abbienti, per i lavoratori, per gli immigrati da Nord a Sud d’ Italia, dalla campagna alla città. Cosi, sono cresciute e moltiplicate periferie molto lontane da un criterio razionalista di modernità, ma piuttosto informi e indefinite sotto diversi punti di vista. Prima l’industria, poi il settore dell’edilizia, hanno avuto la funzione di importanti ammortizzatori sociali e hanno determinato lo specchietto per le allodole per molti disoccupati, gente umile, spesso senza mezzi che si sono spostati verso le città andando a creare quella periferia multistratificata che oggi conosciamo in cui si alternano quartieri operai, secondo il modello fourierista, case popolari, alloggi rurali e suburbani. La periferia italiana, che si è declinata in vario modo nelle diverse città d’Italia, ha rappresentato, a partire soprattutto dagli anni ’70, l’utopia sociale, il desiderio vanificato, di una sistemazione, di una integrazione della popolazione più debole, secondo criteri di equità e giustizia. Questa utopia urbanistica e sociale in molti casi ha finito per scontrarsi con la realtà e naufragare, generando in quelle stesse periferie, ghettizzazione, conflitti sociali in cui vecchie e nuove povertà convivono. Dalla metà degli anni ’70 in poi, i progetti urbanistici, architettonici e sociali di quartieri come Zen, Scampia, Corviale, hanno finito per diventare l’immagine del degrado urbano e sociale, e l’indicatore spaziale di un disagio, perdendo la sua dimensione ottimistica proiettata nel futuro.

All’inizio del 21° sec., quindi, possiamo affermare che ‘la periferia non c’è più’, almeno così come la conoscevamo. La nozione di periferia è stata soppiantata da quella di “ periferie”, al plurale.È scomparsa semplicemente perché non si trovano più i connotati e i caratteri che permettevano di riconoscerla. È infatti impossibile oggi identificare, soprattutto fuori dai grandi centri, quella sorta di topologia urbana radiocentrica, né si realizzano più, o quasi, i grandi programmi di edilizia economica e popolare che hanno dato forma all’immagine delle città europee per buona parte del secolo scorso. Inoltre, è in molti casi impossibile tracciare oggi una linea di demarcazione netta tra ciò che è urbano e ciò che non lo è, tra periferia e territorio agricolo. La trasformazione del territorio è per lo più frutto diretto della ricerca individuale (o tutt’al più effettuata ‘in cooperativa’) del miglior lotto disponibile in rapporto all’accessibilità alle infrastrutture e ai servizi, al costo del terreno, alla relazione con il luogo di lavoro, alla malleabilità degli strumenti urbanistici di questo o quel comune, al senso di indipendenza e al rapporto individuale con il verde. In una parola (non molto amata), al posto della periferia vi è oggi lo sprawl, vale a dire villettopoli, la città ‘diffusa’ o ‘infinita’, il continuum che diluisce il senso di appartenenza a una comunità urbana in una sterminata e ininterrotta costellazione di case, casette, capannoni e piccole fabbriche alla cui disposizione sul terreno è ormai impossibile associare la lettura di una gerarchia dello spazio architettonico oppure sociale.

 

 

-Periferie in trasforma-azione

Le periferie nascono come abbiamo visto dagli assetti urbanistici del 900, portatori di valori nuovi dal punto di vista antropologico e sociale, figlie della evoluzione demografica ed economica dell’Italia industriale. Da aggregati di stigma marginali, oggi però, possono candidarsi ( è questa la sfida da cogliere)  a divenire componenti significative e centrali della trasformazione del concetto stesso di città. Come abbiamo visto, le periferie quindi nel corso del secolo breve, sono passate da agglomerato di abitazioni per esigenze lavorative ( vedi quartieri operai ), a luogo dell’emarginazione sociale ( un aspetto ancora molto presente in tutta Italia e non solo nel Sud, come si potrebbe pensare ), a luoghi in cui si può esprimere il nuovo, la autentica modernità della società. In quest’ottica, esse sono portatrici di valori come la flessibilità, la liquidità, fuori dagli schemi delle metropoli in cui il centro, classicamente inteso, è ormai una zona business, dedicata agli uffici, o un centro storico a vocazione turistica. In quest’ottica, la marginalità delle periferie, oggi, può trasformarsi in un vantaggio, esse sono riserve di resilienza ed al tempo stesso demograficamente giovani e variegate.

Per far ciò occorre però confrontarsi con la periferia urbana come oggi ci si presenta, ovvero, per lo più , come quartieri centrifugati dalla dispersione urbana, quartieri talvolta poco autonomi dal punto di vista dei trasporti e delle infrastrutture.

Da più parti la politica invoca tagli chirurgici sulle periferie malate, pensando che, ad esempio, distruggere una vela di Scampia significhi simbolicamente che con le sue macerie essa porti con sé tutto ciò che di deleterio, degradato la periferia stessa  significhi.

La periferia oggi  è un’entità  in costante trasformazione, così dinamica e camaleontica da sfuggire a qualsiasi categoria unificante, ma piena di vita e di opportunità. Ci offre chiavi di lettura moderne di una realtà multiforme e complessa in essa rappresentata.

La sua tradizionale ATOPIA e ATIPICità ci parla di limiti liquidi e dinamici, frontiere  nelle quali risiede la maggioranza dei cittadini delle città e metropoli, ma tali elementi possono divenire punti di forza. Le periferie sono state di volta in volta definite non luoghi, per la mancanza di identità, o superluoghi, per la quantità di matrici diverse che la attraversano e pongono radici “meticce“: ma sono proprio queste caratteristiche a rendere la periferia un luogo prepotentemente moderno.

 

-Random tra le periferie urbane più tristemente note d’ Italia

Corviale – Roma-

La periferia urbana di Roma sorge su un territorio vastissimo ed in gran parte è costituita da abitazioni abusive. Ancora oggi queste immense periferie sono carenti delle più ordinarie infrastrutture, quali scuole e  trasporti. Rappresentano l’esplosione abnorme della capitale nella campagna romana. A queste periferie degradate, tristemente note alla cronaca, come San Basilio, Tor bella Monaca, Corviale, si aggiungono quelle nate negli anni 50 o 60, quelle raccontate da Pasolini, ovvero le borgate dei poveracci, sorte su terreni in parte acquistati ed in parte “ occupati”, infine le periferie “ regolari” sorte con i  piani di zona della legge 167, ma che sono molto lontane dal centro. Oggi si assiste inoltre ad una ulteriore espansione di questa periferia che si allarga e allunga a macchia di leopardo, ben oltre il GRA,ed in queste nuove frontiere dell’emarginazione troviamo campi rom, sinti e nomadi, baracche di extracomunitari.

Napoli- Scampia / Gomorra

La tradizionale periferia di Napoli, il quartiere operaio per eccellenza. è Bagnoli, che oramai è divenuto parte integrante della città e sarebbe pertanto inesatto chiamare periferia . Come tutte le grandi metropoli, Napoli ha dunque conosciuto , a partire soprattutto dal terremoto dell’ 80, la periferia diffusa, la periferia “ feroce “, divenuta spesso simbolo e archetipo della corruzione, del malaffare e della violenza microcriminale. Il nome Scampia allude ad un campo non coltivato, ovvero, in origine ad un ampio territorio lasciato allo stato brado, ai confini della città. Oltre gli 80% degli edifici di questo notissimo quartiere periferico di Napoli, furono realizzati tra gli anni 70 e 80 nei frangenti del post terremoto. Agli assegnatari delle abitazioni, vennero ad aggiungersi, fuori da qualsiasi censimento, gli invisibili, ovvero quelli che abusivamente occupavano ballatoi, scantinati e sottopassi per costruire una abitazione. I dati sono da brividi:61% di disoccupazione in uno dei quartieri a più alto tasso di natalità, 2 campi rom con 1500 nomadi censiti. La legge n.219/ 81 vara un programma straordinario per l’edilizia gestito dal sindaco Valenzi, nominato commissario  straordinario del Governo per l’attuazione della legge. Nei primi tempi a Scampia non esistono nomi per le strade, i toponimi per identificarsi simbolicamente e concretamente, sono I sette palazzi, le case dei Puffi, Terzomondo, Cianfa di Cavallo.

Poi apre il Sert, prima di un qualunque commissariato di polizia, prima delle scuole, e a Scampia iniziano ad arrivare tossici da ogni parte di Napoli, da quel momento Scampia diventa la principale piazza di droga delle Campania.

Di Scampia sono rimaste immortalate in film e video le 7 vele di colore diverso, di cui tre abbattute tra il 1997 e il 2003. Le vele sono diventate il simbolo del degrado di tutte le periferie, ma in origine, erano il frutto di una scelta estetica e di design innovativa. Sono diventate l’esempio di una ottima idea che si è concretizzata nel peggiore dei modi. Progettate da Franz di Salvo, costituite da due corpi di fabbrica lamellari inclinati, suddivisi da uno spazio vuoto centrale, richiamavano le vele latine, costituivano una nuova idea di unità abitativa, prevedeva nuclei di socializzazione ( mai realizzati), molti spazi comuni ( occupati abusivamente ) Le Vele recuperavano la tradizione architettonica di Le Corbusier e le strutture “ a cavalletto” di Kenzo Tange. Le Vele dovevano costruire e attivare una sinergia tra  vita individuale, familiare e collettiva, in una continua intersezione tra città verticale e aree comuni.

Palermo- Lo Zen 1 e 2

La Zona Espansione Nord ospita 16 mila abitanti ( regolari ) e un numero imprecisato di abusivi. Sorge nel 1969 e si amplia fino agli anni 90, raccoglie i senza casa di tutta la Sicilia, al punto da doversi realizzare un quartiere gemello. Dagli anni 80 nessun intervento ordinario di manutenzione è stato mai effettuato ed il tasso di disoccupazione e di dispersione scolastica è tra i più alti d’Italia

 

-Il caso Pozzuoli- La difficile ricerca dell’identità-

Rispetto al quadro che abbiamo tratteggiato brevemente, il caso Pozzuoli appare per molti aspetti diverso, sicuramente per la dimensione di cittadina e non di metropoli, ma anche per una specificità della evoluzione della sua periferia urbana.

Il primo quartiere parzialmente periferico è il Rione Gescal costruito con il piano Ina casa L.60/63, un quartiere nato per i lavoratori, costruito con i contributi degli stessi. Le abitazioni venivano finanziate con una trattenuta sui contributi versati più una quota versata dalle aziende. E’ il sistema di welfare aziendale e pubblico sperimentato anche da Olivetti. Erano gli anni in cui si parlava di “ sistema casa “, anni del boom economico e di una prospettiva politica ed economica molto diversa da oggi.

Questo genere di periferia è quindi “ protetta”, definita dal punto di vista sociale e identitario.

Nel 1970 nasce il Rione Toiano dove furono sistemati gli sfollati del Rione Terra, quindi un primo tentativo di dare una risposta abitativa dopo lo sgombero dei cuore antico della città. Si fornirono soluzioni abitative migliori in molti casi, rispetto a quelle in cui vivevano alcune famiglie puteolane. Il nome deriva probabilmente da Ottaviano che divenne proprietario di questa valle tra monte Barbaro e Monte s. Angelo, poiché la ricevette in eredità dal patrigno. E’ la sede amministrativa della città.

 

Pozzuoli, come la limitrofa Napoli, “ esplode” negli anni 80, dopo l’evento del bradisismo dell’83 e il rientro di 25mila sfollati, ( dei 40 mila sparsi sul litorale domitio per quasi  due anni), in un quartiere che non esisteva, creato ad hoc, ovvero Monterusciello, la mega periferia.

Già con la realizzazione del rione Toiano, avvenuta nei primi anni 70, il Consiglio Comunale di Pozzuoli aveva scelto la direzione nord per lo sviluppo urbanistico della città, riservando alla zona industriale gli ampi spazi di via Campana fino a Quarto. In ottemperanza alla Legge per la costruzione di case economiche e popolari, ovvero, con l’approvazione del Piano di Zona 167 che avrebbe occupato l’area del cratere di Monterusciello, tale scelta veniva confermata. Con i suoi 15.000 vani distribuiti in oltre 2.500 alloggi, sorgerà il rione di “Monterusciello 1”, riconoscibile oggi per l’area delle “cooperative” e dei “600 alloggi”.  La Protezione Civile, in continuità con tale scelta, realizzò poi “Monterusciello 2” (l’area dei “lotti”), per costruire alloggi destinati a coloro che furono sfrattati in seguito alla crisi bradisismica dell’’82 – 84. Questo ultimo piano di insediamento urbanistico non era assolutamente previsto e il bradisismo ne fu la causa esclusiva.

La Legge 167 prevedeva la ripartizione delle aree edificabili tra cooperative edilizie, imprenditori edili e I.A.C.P. previa apposite convenzioni da stabilire con il Comune, che aveva anche la prerogativa sulle percentuali delle superficie da assegnare ai singoli raggruppamenti.

Sull’onda delle lotte operaie degli anni ’70, il movimento di lotta per la casa era sfociato a Pozzuoli nella organizzazione di combattive cooperative edilizie, che ebbero un forte peso nella definitiva delibera comunale che assegnò i suoli. Fu anche tenuto conto dei proprietari di case espropriate sul rione Terra in seguito alla crisi bradisismica del ‘70 e che avevano rifiutato il compenso in moneta ed infine l’I.A.C.P. avrebbe costruito alloggi economici e popolari previsti dalla sua normale gestione, nonchè per gli sfrattati in seguito agli abbattimenti di case di proprietà del Comune di Pozzuoli (palazzine e marocchini). Sarebbero sorti anche centri commerciali, servizi pubblici, scuole elementari e medie inferiori. Non fu previsto alcun intervento di imprese edili private.

L’area destinata alla costruzione di alloggi economici e popolari venne ritenuta idonea alla costruzione dei cosiddetti  600 alloggi, ed in continuazione fu individuata l’area per la costruzione di ulteriori 4.000 case (la futura “Monterusciello 2”). Lo strumento legislativo che permise l’avvio del piano fu una Ordinanza del ministro della Protezione Civile, tempestivamente trasformata in D.P. il 7/11/83 n. 623 convertito in Legge 23/12/83 n.748 che autorizzò la spesa di 420 miliardi di lire per le “esigenze abitative” puteolane. Tale Legge, inoltre, prevedeva anche una serie di norme atte a superare tutte le altre esistenti in materia urbanistica. Per la progettazione esecutiva ed il superamento di tutti gli aspetti tecnici, la Protezione Civile stabilì un’apposita convenzione con l’Università di Napoli Federico II. All’inizio del 1984 fu aperto un immenso cantiere. Le cooperative aderenti al consorzio con riferimento alla Lega Nazionale Coop. e Mutue avevano, intanto, realizzato circa 150 case, anche se diverse decine di esse non erano assolutamente pronte per essere abitate. Elettricità ed acqua non erano allacciate, i servizi igienici non erano messi in opera. Per tutti furono costruite fosse asettiche che avrebbero dovuto provvisoriamente sostituire le fogne. L’allacciamento idrico fu completato dagli stessi soci assegnatari, ma solo grazie al materiale fornito dalla Olivetti (tubi ed altro). Del resto anche i lavoratori dell’acquedotto comunale erano puteolani fuggiti dalla città che, alle prese con i loro problemi, furono assenti al lavoro per diverso tempo. Per quanto riguarda la fornitura di energia elettrica, anche l’ENEL si dimostrò comprensiva, dando l’incarico di formare una squadretta idonea ad eseguire i lavori necessari, proprio ad un suo dipendente socio della coop. Rinascita Flegrea, quindi più che mai disponibile. Per la costruzione delle fogne furono purtroppo necessari ancora diversi mesi. La via cupa capitano Vacca, ribattezzata via cupa capa e vacca, divenne un rio di liquami che sfociava nella via Monterusciello e proseguiva verso Quarto. Venne a crearsi una situazione veramente allucinante. I bambini delle elementari vennero “ospitati” in containers sistemati su una piattaforma di calcestruzzo ancora oggi utilizzata per giocare a calcetto, Il riscaldamento fu fornito dalle stufette portate dai genitori. Fu proprio la costruzione delle scuole ad essere privilegiata dalla Protezione Civile, elementari e medie furono pronte per l’anno 1985 – ’86. Ma non bastava per definire quartiere il nuovo agglomerato di case. Grazie alla deviazione del percorso della rete fognaria, fatto passare all’interno delle aree di pertinenza delle cooperative, ovvero utilizzando un suolo già espropriato, i tempi di costruzione furono enormemente abbreviati. Il giorno del suo completamento e dell’immediato allacciamento ad essa dei singoli fabbricati di tutte le cooperative, segnò la vera data di nascita del quartiere di Monterusciello 1, almeno sul piano urbanistico. Diversi furono i tentativi dei residenti di Monterusciello di realizzare fin dai primi anni un senso di “comunità” e di pieno sviluppo della vita civile e sociale, anche attraverso la costituzione di comitati di quartiere, iniziative di lotta per ottenere le dovute infrastrutture, o manifestazioni di carattere sportivo, come testimoniato da documenti di quegli anni. Un percorso che ancora oggi fatica a trovare completamento.

Diversa genesi e diversa storia è quella di Licola mare, il quartiere di frontiera tra Pozzuoli e Giugliano. Licola ha vissuto un boom turistico negli anni 60 e 70, gli anni in cui si estraeva anche la sabbia dalle cave per uso dei cantieri edili. Dopo il terremoto dell’ 80 e il bradisismo dell’ 83 è iniziato il lento ed inesorabile declino di Licola con le note vicende del depuratore, l’inquinamento ambientale e l’invasione di occupanti abusivi, immigrati. La periferia di Licola si è così espansa con la costruzione di edifici senza regole e senza alcuna logica urbanistica e architettonica. Un quartiere “ meticcio “ in cui convivono senza mai integrarsi comunità locale, gente dell’est, e immigrati dei centri di accoglienza o irregolari.

 

 

 

Bibliografia

La grande ricostruzione. Il piano INA-Casa e l’Italia degli anni ’50, a cura di P. Di Biagi, Roma 2001.

  1. Bonomi, La comunità maledetta, Torino 2002.
  2. Ingersoll, Sprawltown. Cercando la città in periferia, Roma 2004.

La città infinita, a cura di A. Bonomi, A. Abruzzese, Triennale di Milano, Palazzo dell’arte, Milano 2004 (catalogo della mostra).

Il luogo (non) comune. Arte spazio pubblico ed estetica urbana in Europa, a cura di B. Pietromarchi, Roma-Barcellona 2005.

  1. Melotti, Le banlieues. Immigrazione e conflitti urbani in Europa, Roma 2007.
  2. Secchi, La città nel ventesimo secolo, Roma-Bari 2008.

«Questione giustizia», 2008, 1, n. monografico: Il diritto di abitare, a cura di G. Gilardi.

 

La fine delle periferie di Pippo Ciorra, voce Periferia dell’ Enciclopedia Treccani

Dalla periferia alle periferie in www.lenius.it

Ilvo Diamanti: Nella periferia dove nasce lo scontento in Il Corriere

www.archphoto.it

Maurizio Carta, estratto dalla prefazione a Barbara Lino, Periferie in trasform-azione. Riflessi dai «margini» delle città, Firenze, Alinea, 2013]

Matilde Iaccarino

Nasce a Pozzuoli (Na), è giornalista, saggista e scrittrice. Insegna letteratura al liceo. Appassionata di letteratura ed è impegnata da molti anni nella ricerca storica.

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Nasce a Pozzuoli (Na), è giornalista, saggista e scrittrice. Insegna letteratura al liceo

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Ho sempre avuto una spiccata tendenza a cercare storie, ad individuarle a partire da piccoli, insignificanti particolari e a raccontarle. Ho narrato sempre sin da bambina perfino le favole. E allora vivo raccontando storie, scrivendole: racconto la letteratura, i classici latini, i piccoli grandi uomini della storia contemporanea, le periferie, le città, il mio tempo, la bambina che ero e la donna che sono.

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