Hai tra i 30 e i 40 anni, forse qualche anno in più. Hai trovato un compagno, senti che è arrivato il momento di diventare come le altre donne, di fare anche tu la madre che guarda estasiata il figlio, che porta al collo il ciondolo col suo nome scritto. Ti sembra di avere poco tempo, ma senti di essere pronta a condividere i tuoi ricordi, le tue esperienze, magari il tuo colore di capelli, il tuo sorriso i tuoi bellissimi occhi. Ti vedi madre, come nelle pubblicità, nei romanzi. In fondo un po’ di sacrificio, chi non ne ha fatti, qualche anno di fatica in più, ma riuscirai a far quadrare tutto, la taglia dei jeans, il lavoro, la coppia.

La donna che oggi vuole essere madre e lo diventa magari con difficoltà e ansie, trova davanti a sè una strada tutta in salita, perchè non può arrendersi a momenti di pausa: c’è la professione da proseguire, il lavoro, la carriera da tenere d’occhio, mentre con una mano scrivi al pc e con l’altra allatti quel figlio che hai desiderato, ma che ora ti sottrae sonno, energie, che ti costringe a girare con maglie piene di macchie e borse cariche di pannolini e biberon, mentri puzzi di rigurgito e latte in polvere.

Ti sembrava di aver raggiunto tutto con quel figlio: la coppia trova compimento, tu la tua espressione e invece no. Appena torni dall’ospedale capisci che non ti appartieni più, sei dolorante, flaccida, sola. Allatti, culli, vegli su quel bambino che reclama e piange notte e giorno, che non sai maneggiare perchè spesso il primo bambino che hai tenuto in braccio è tuo figlio, perchè negli anni ha preso in mano libri, biglietti di aereo, di treni, pc, ma bambini no, nemmeno l’ombra. E la decima notte insonne ti impedisce di pensare, non riesci neppure a leggere una riga di un libro, ti senti confusa, a volte dimentichi la camicia aperta sul seno gonfio e dolorante. E lo guardi quel figlio che hai tanto voluto, ma ti sembra che ti succhi via la vita e tutto ciò che eri. E sei sola, solissima. Il bambino piange, il tuo compagno dorme. Provi a svegliarlo, ma secoli di matritudine ti hanno insegnato che la donna è madre e che è tutto naturale e che passerà la stanchezza, che imparerai, che ce la farai anche da sola. Le donne non lo fanno da secoli?

E poi il dubbio, mentre ti guardi quelle mani senza smalto, forse non eri per niente tagliata per fare la madre e non potrai mai farcela se già ora a pochi mesi ti senti finita. E il senso di colpa diventa voragine nello stomaco dove riversi la tua fame nervosa. Le altre ce l’hanno fatta, ma io non ci riesco. Nella solitudine dell’appartamento al 4 piano, nelle domande di routine che sono peggio del silenzio, nell’assenza , spesso, di nonne, zie, sorelle, nel vuoto siderale di una donna che diventa madre, una donna su mille, su diecimila si perde.

Una si è persa prima di Natale nelle acque del Tevere con le gemelle tanto attese, ma col timore di malattie vere o insensate, poche settimane fa una ha lasciato cadere dal passeggino il piccolo, forse per distrazione, e ieri un’altra ha scaraventato a terra la bambina di pochi giorni dopo averla allattata.

Orrore: le mani della madre che non sono più la cura, l’ abbraccio , la difesa. Le mani della madre che non sa chiedere aiuto, le mani della madre a cui nessuno ha teso a sua volta una mano mentre si ammalava di ansia, di depressione, mentre diventava l’assassina di suo figlio. Le mani della madre che uccidono spesso anche se stesse.

I segnali sono tanti, ma spesso dai parenti ai pediatri nessuno si accorge o dà peso a quella donna che cambia, si trasforma insieme a quel figlio che la sfinisce, che lotta per tenersi in piedi e per assomigliare a se stessa, mentre forse teme di perdere il lavoro, o la bellezza, o l’apprezzamento in una società che non ama i deboli.

Quando nasce un figlio muore una ragazza e nasce una madre che deve scendere a patti con l’immagine di sè e della maternità che si era costruita e che spesso non corrisponde a realtà. Sola si trascina tra nidi privati, città anonime, compagni che non guardano negli occhi, sola con il suo male e con la sua morte, fingendo un sorriso o una felicità che rassicuri gli altri.

Ma questo non è un paese per madri.

Matilde Iaccarino

Nasce a Pozzuoli (Na), è giornalista, saggista e scrittrice. Insegna letteratura al liceo. Appassionata di letteratura ed è impegnata da molti anni nella ricerca storica.

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